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L’Iran è in rivolta: cosa sta accadendo

  • Alessandro Borlizzi
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 11 min

La popolazione iraniana è coinvolta in un’intensa sollevazione di piazza, iniziata nei giorni che hanno focosamente concluso il 2025, e la repressione sanguinosa del regime ha originato una vera e propria crisi umanitaria. Qui le parole che Shirahmad Shirani ci ha affidato.


Un brivido di rivolta, di contestazione, intensa e sanguigna, sta imperversando nelle città dell’Iran: fiumi di persone si riversano tra le strade, nelle piazze, nelle scuole e nelle moschee per manifestare il proprio malcontento e osteggiare aspramente il regime teocratico islamico che a partire dalla rivoluzione del ’79 è alla guida del Paese. Gli ultimi giorni del 2025 hanno costituito per l’Iran la scintilla di un incendio deflagrante che ad oggi tenta di erodere tra l’ardore e il calore delle sue fiamme le fondamenta dell’attuale compagine politica.


Il contesto: il regime dei pasdaran e la crisi economica


Nel 1979 lo Scià Mohammad Reza Pahlavi viene deposto da una rivoluzione condotta da una coalizione eterogenea di forze politiche e di gruppi sociali che si erano ribellati al dispotismo del vecchio regime monarchico. L’intelligentia iraniana annoverava tra le proprie fila ideologie e categorie di pensiero profondamente differenti le une dalle altre, al limite dell’imponderabile, ma tutte fortemente avverse all’autoritarismo e ai delitti che la monarchia perpetrava in nome di una modernizzazione, intesa in senso occidentalistico, del Paese. Così Marxisti, Tudeh (comunisti), liberali, intellettuali ed esponenti del clero sciita riuscirono, attraverso una serie sanguinosa di scioperi e proteste, a destituire la dinastia dei Pahlavi, che fuggirono in esilio e consegnarono le redini dello Stato nel baratro di un profondo vuoto politico e istituzionale.


La coalizione rivoluzionaria non fu in grado di resistere alle forze centrifughe che ne catalizzavano le fratture e le insuturabili lesioni nel tessuto comune dei loro fini condivisi, e si sfaldò, diluendosi in un oblio politico, ormai incombente sul popolo persiano. In questo clima di assoluta incertezza, Ruhollah Khomeini, forte personalità a capo della fazione sciita della rivoluzione, riuscì a emergere come una luce timida tra le tenebre oscure, e a trasformare questo suo flebile lucore in un’ascesa tra le vertigini della politica. Tornato in Iran dall’esilio parigino, Khomeini istituisce i Pasdaran, le guardie della rivoluzione, e le assolda come milizia para-militare con cui eliminare fisicamente i vecchi alleati. Nelle epurazioni perdono la vita numerosissimi esponenti delle correnti comuniste e liberali della rivoluzione, e grazie a un’attenta manipolazione dell’opinione nazionale, Khomeini e i Pasradan riescono a radicalizzare il Paese, segregandolo, di fatto, da ogni sentimento occidentale. Il referendum del 1979 istituzionalizza definitivamente il nuovo regime: l’Iran diviene una Repubblica islamica, una teocrazia assoluta di cui Khomeini costituirà il leader supremo fino al 1989, anno della sua morte. L’eredità di Khomeini venne accolta dal suo successore, Ali Khamenei, attuale guida suprema del Paese.


Sin dal momento della sua istituzione, il regime degli Ayatollah - questo è il nome attribuito agli esponenti più autorevoli del clero sciita - ha macchiato la propria coscienza di crimini indicibili: censure, esecuzioni, arresti sono stati gli strumenti quotidiani con cui la teocrazia islamica ha represso ogni forma di dissenso e ha tentato, perpetuando violenze e soprusi, di preservare l’integrità “morale” della nazione, inscritta nelle rigide e ab-solute norme delle Sharia islamica, elevata a fonte suprema del diritto (come afferma l’articolo 4 della Costituzione iraniana, secondo cui “tutte le leggi e i regolamenti civili, penali, finanziari, economici, amministrativi, culturali, militari, politici e di altro genere devono essere basati sui criteri islamici”).


Una media tra le 400 e le 900 esecuzioni all’anno, e oltre 1 milione di arresti in meno di 70 anni, giustificati da motivazioni politiche, morali o d’opinione, sono dati che espletano in modo evidente la caratura dispotica del regime degli Ayatollah. Secondo quanto riportano le associazioni Amensty International e Iran Human Rights, nel 2024 e nel 2025 il regime ha ordinato la messa a morte, rispettivamente, di 972 e 1500 cittadini, rendendo l’Iran l’artefice di oltre il 70% delle esecuzioni globali, escludendo la Cina. Dati che, inoltre, sono viziati da un’insolubile sottostima: le esecuzioni sono infatti spesso clandestine, e i prigionieri sono soventemente uccisi senza che la famiglia venga avvisata, oppure i loro decessi, riconducibili a pratiche torturative, vengono registrati come suicidi o attacchi cardiaci idiopatici.


Già nel 2022 il regime aveva dato un forte segno di vacillamento, colpito da un’ondata di dissenso operata dal movimento umanitario “Donne, Vita, Libertà”, che ha nutrito della speme del cambiamento piazze e cortei organizzati in protesta in tutto il Paese. Al tempo, il detonatore della rivolta è stata l’uccisione di una ragazza curda di 22 anni, Mahsa Jina Amini, uccisa in seguito all’arresto eseguito da parte della polizia morale per la sua negligenza nell’utilizzo del velo. Almeno 550 manifestanti uccisi, di cui 100 solamente nella funesta giornata del Venerdì di Sangue, avvenuto a Zahedan il 30 settembre, e migliaia di arresti sono stato il bilancio indecoroso di tali eventi.


L’avversione del regime nei confronti dell’Occidente ha attirato a sé l’osteggiamento di numerose potenze mondiali, tra cui Stati Uniti ed Unione Europea, che hanno lungamente inflitto al Paese sanzioni severe, tutt’ora in vigore, che ne hanno danneggiato l’economia e causato un avvizzimento della qualità della vita e delle prospettive sociali della popolazione iraniana. La crescita a rilento di un’economia fortemente condizionata dall’esportazione di greggio e prodotti derivanti dalla raffinazione del petrolio, di cui l’Iran è la terza riserva al mondo, abbinata a un’inflazione progressiva ed esponenziale della propria moneta, con tassi prossimi al 50% annuo, hanno traghettato il sistema economico del Paese in un tugurio fatiscente, instabile e pericolante. Il crollo è in effetti avvenuto: nel 2025 la povertà ha dilagato permeando quasi tutti gli strati sociali del Paese, complice anche il conflitto intrapreso con Israele nella cosiddetta Guerra dei dodici giorni; la svalutazione del rial ha accresciuto il costo della vita che ha raggiunto regimi insostenibili, al punto da richiamare a gran voce l’azione perentoria del regime: severi precetti di austerità vengono promulgati dal Parlamento iraniano attraverso la Legge di Bilancio 2026. La tensione esplode, il popolo insorge.


Almeno 12.000 morti: questa è la traduzione numerica dell’infausto bilancio computato da Iran International. Il regime rilancia al ribasso: solo 2.000 morti affermano gli Ayatollah. Se è vero che le proporzioni reali delle repressioni siano un dato a noi sconosciuto, amplificato in eccesso o in difetto dalle adesioni ideologiche degli enti che governano la stesura dei rendiconti (Iran International è, ad esempio, finanziata da fondi Sauditi, che ne defezionano l’attendibilità). In ogni caso lo stesso impietoso, disumano copione sta andando riproponendosi in questi giorni a Teheran, Mashhad, Esfahan, Karaj e in tante altre città dell’Iran: repressioni cruente, condite da arresti ed esecuzioni sommarie, di cui la violenza spietata appare costituire una cifra condivisa e, soprattutto, istituzionalmente legittimata. I Pasdaran tinteggiano le terre e le sabbie persiane di sangue e terrore. Una cortina telecomunicativa blinda il Paese: i deserti della Mezzaluna divengono mari insolcabili, i confini muri infiniti; la popolazione è assordita, accecata, mentre le proteste imperversano in turbine tumultuante di sdegno e coraggio. Internet è mutilato, le connessioni recise, e le reti e le relazioni, che un tempo univano in trama e in ordito i punti rigogliosi di un popolo, ora segregano e dividono. Solo sporadicamente la popolazione è in grado di prendere contatto con i propri familiari, spesso lontani da casa, ma vicini nelle affezioni dei cuori, quando i blocchi del regime vacillano. E nonostante tutto, giunge a noi con vece assidua il loro grido d’aiuto.


Mentre il regime di Teheran dichiara di avere prove del coinvolgimento di agenti israeliani del Mossad e agenti statunitensi che sembrerebbero foraggiare le sollevazioni, le organizzazioni per i diritti umani e i testimoni sul campo descrivono, al contrario, un movimento spontaneo e trasversale, nato dal collasso economico interno e sviluppatosi nella coltura rabbiosa di un forte e generalizzato malcontento. E per quanto la violenza si sprechi sia nelle retate reazionarie dei Pasdaran che nei furiosi accanimenti dei rivoltosi, spesso coinvolti in atti di rappresaglia delegittimata da eccessi che neanche l’incommensurabile asimmetria delle forze in campo basterebbe a giustificare, le immagini e le testimonianze complessive di cui in questi giorni abbiamo avuto triste spettacolo infervorano e appassionano gran parte del mondo. Rabbia, indignazione, ma anche passione e, purtroppo, impotenza: esse perfondono e profondono il coraggio e l’audacia del popolo iraniano. Al tempo stesso l’incertezza e la faziosità dell’informazione, che spesso si scontra con la frenetica e convulsa evoluzione degli eventi e combatte per volare oltre ponti recisi, sbiadiscono i colori di questa rivolta.


A tal proposito giungono in aiuto come monito le parole che Shirahmad Shirani, attivista per i diritti umani e caporedattore dell'organizzazione per i diritti umani Haalvsh, contenute nella dichiarazione che ci ha affidato attraverso la sua intervista.


Intervista a Shirahmad Shirani, attivista per i diritti umani di Haalvsh


Qual è la realtà quotidiana che i media occidentali stanno evitando di riportare in questo periodo di blackout?


“Per quanto io abbia seguito i media stranieri, alcune grandi testate come Fox News, il New York Times e altri media europei hanno coperto gli sviluppi in Iran relativi alle proteste. Tuttavia, a mio avviso, data l'entità della catastrofe umanitaria, la feroce repressione dei cittadini e l'altissimo numero di vittime — stimato in oltre 12.000 (n.d.a. secondo i dati di Iran International) — la situazione non ha ricevuto l'attenzione che merita. L'opinione pubblica mondiale deve essere informata delle grossolane violazioni dei diritti umani commesse dal regime al potere in Iran, affinché i paesi potenti chiamino il regime iraniano a rispondere di questo genocidio.”


Quali sono i bisogni più urgenti della popolazione civile nelle città dove la repressione è più dura?


“Secondo fonti mediatiche indipendenti, oltre 12.000 persone sono state uccise durante le proteste. Decine di migliaia sono state ferite dai proiettili veri del regime. Altre decine di migliaia sono state arrestate o sono scomparse. Internet e persino i servizi telefonici di base sono completamente interrotti; la popolazione non ha informazioni sul mondo esterno. Gli ospedali affrontano carenze di forniture mediche, sangue e persino di medici e personale sanitario. Le forze del regime hanno persino rapito i feriti dagli ospedali. Migliaia di famiglie piangono i propri cari. Molti manifestanti sono scomparsi e non è ancora chiaro se siano vivi o siano stati uccisi. Le forze di sicurezza hanno giustiziato i feriti con colpi di grazia. Con internet totalmente oscurato, è necessario che il mondo ascolti la voce degli oppressi all'interno dell'Iran.”


Oltre alle proteste di piazza, quali forme di resistenza civile si stanno rivelando più efficaci (scioperi, boicottaggi, disobbedienza civile, ecc.)?


“In Iran, le proteste civili sono sempre state represse brutalmente. Negli ultimi anni, la popolazione ha dato vita a proteste diffuse, ma è stata massacrata nei modi più violenti, come accaduto al popolo Baluch durante i "Venerdì di Sangue" di Zahedan e Khash nel 2022, durante la rivolta "Donna, Vita, Libertà". Nonostante tutta questa repressione, le persone hanno costantemente protestato contro l'intera struttura della Repubblica Islamica dell'Iran, chiedendo il rovesciamento del regime.”


Sappiamo che la rete è instabile. Quali strumenti digitali o tipi di "ponti" (come Snowflake o VPN specifiche) aiutano concretamente le persone a restare connesse?


“Internet è completamente isolato. Solo i dispositivi Starlink funzionano. Negli ultimi giorni, il governo ha iniziato a disturbare anche il segnale Starlink, causando interruzioni. Tuttavia, non tutti possiedono Starlink e, complessivamente, solo un numero limitato di dispositivi è attualmente operativo in tutto il paese.”


Come viene percepito dall'interno il "patrocinio politico" dei prigionieri da parte dei politici europei? Aiuta davvero a fermare le esecuzioni?


“Se i politici europei vogliono davvero aiutare il popolo iraniano e i prigionieri, dovrebbero richiamare i propri ambasciatori dall'Iran ed espellere gli ambasciatori del regime iraniano dai loro paesi. Dovrebbero interrompere ogni relazione economica e diplomatica con il regime a causa delle violazioni dei diritti umani e del massacro dei manifestanti. Dovrebbero convocare d'urgenza una sessione del Consiglio di Sicurezza dell'ONU sull'Iran e obbligare il regime a rendere conto delle proprie azioni attraverso meccanismi immediati ed efficaci. Devono intervenire attivamente per la libertà del popolo iraniano.”


Qual è il più grande pregiudizio o errore di valutazione degli europei nel valutare la situazione in Iran?


“L’appeasement (la politica di accondiscendenza) verso l'uccisione delle persone e l'ignorare le richieste di milioni di iraniani di andare oltre il regime attuale, mantenendo al contempo relazioni palesi e segrete con i leader del regime.”



Se dovessimo scegliere un'azione di supporto dall'Italia, quale avrebbe il maggiore impatto per voi in questo momento?


“Chiediamo ai leader del governo italiano e al popolo italiano di consultarsi e coordinarsi urgentemente con gli altri paesi liberi e potenti del mondo riguardo alla libertà del popolo iraniano e all'assistenza per la liberazione dalla morsa del regime terrorista che governa l'Iran, affinché le vite delle persone siano protette dal massacro.”


Quali forme di repressione usa il regime per indebolire la rivolta?


“Il blocco totale di internet, la repressione violenta dei manifestanti, la creazione di divisioni all'interno dell'opposizione tramite vari metodi, sparare ai manifestanti (inclusi donne, uomini e bambini), etichettare i manifestanti come terroristi e attribuire le proteste agli Stati Uniti e a Israele.”


Ci sono segni di crepe o defezioni all'interno delle forze di sicurezza locali?


“Finora non sono stati osservati segni di defezione all'interno delle strutture repressive, inclusi i Basij e il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica. Questo perché le forze di repressione sono composte principalmente da lealisti ideologici del regime. Inoltre, per reprimere i manifestanti sono state utilizzate milizie sciite irachene e altre forze proxy iraniane che hanno già commesso crimini in Siria, come la Hashd al-Shaabi (Iraq) e le milizie Fatemiyoun e Zeynabiyoun (Afghanistan e Pakistan), tutte sostenute dal regime iraniano.”


Quando una città viene isolata militarmente, cosa succede? Come fluiscono le informazioni tra le diverse province?


“Solo attraverso i media d'informazione televisivi via satellite. Altrimenti, tutte le comunicazioni digitali, internet e le telecomunicazioni sono interrotte, comprese le telefonate di base su rete fissa interna.”


Come e in che misura gli scioperi e le rivolte influenzano la stabilità del regime?


“Hanno certamente danneggiato profondamente, e continuano a danneggiare, la stabilità e la legittimità interna e internazionale del regime. Il regime non ha più legittimità popolare e governa solo attraverso la forza, le armi e i proiettili. Il popolo iraniano non vuole questo regime, vuole liberarsene e ha urgente bisogno dell'aiuto dei popoli del mondo e dei paesi liberi e potenti come gli Stati Uniti.”


Riguardo agli sforzi di Stati Uniti e Israele per destabilizzare il regime degli Ayatollah, esistono prove di infiltrazioni o coinvolgimento di questi due paesi nei movimenti di protesta?


“No, non esiste alcuna prova. Questa è una tattica usata dai regimi dittatoriali per collegare i propri oppositori e manifestanti a paesi come Israele e Stati Uniti, al fine di giustificare l'uccisione e la repressione del proprio popolo. Le persone sono scese in strada a causa della povertà, della corruzione dei governanti, della discriminazione e dell'ingiustizia sociale imposte dal regime in 47 anni, che hanno distrutto le loro vite. Non su istruzione di alcun altro paese. Tuttavia, ora chiedono aiuto e sostegno al mondo libero, inclusi Stati Uniti, Europa e Nazioni Unite.”


Che ruolo giocano i monarchici nell'accelerare le rivolte? Sei favorevole al ritorno della monarchia Pahlavi?


“L’Iran è un paese diversificato, con molte nazionalità e religioni che non vogliono l'emergere di un altro sistema autoritario. L'Iran comprende vari popoli come Curdi, Baluch, Arabi, Turkmeni, Turchi, Persiani, Bakhtiari, Qashqai, Luri e altri, oltre a Baha'i, Zoroastriani, Cristiani, Ebrei e altri ancora. Tutti questi popoli hanno vissuto decenni di sofferenza, discriminazione, uccisioni e repressione. La loro dignità umana e la loro libertà sono state violate e ora cercano di ripristinarle. Soprattutto, dopo la libertà, l'obiettivo di tutti sarà salvaguardare tale dignità. La monarchia Pahlavi ha governato l'Iran in passato e il popolo si è rivoltato contro di essa. Ora, dopo 47 anni, si stanno rivoltando contro il regime clericale e questa volta non ripeteranno l'errore storico del passato. Tutti i partiti politici e i gruppi etnici oppressi all'interno della geografia iraniana sono capitale politico e sociale. Nonostante le differenze e i disaccordi, sono attualmente allineati contro il regime al potere.

Dal mio punto di vista, come attivista baluch per i diritti umani, il futuro sistema in Iran deve essere stabilito in modo che siano garantiti i diritti, la dignità umana, l'identità, la cultura, la politica, l'economia e i diritti territoriali di tutto il popolo iraniano, indipendentemente da nazionalità, lingua, razza, religione o credo. Il potere non deve essere concentrato nelle mani di un singolo partito o di un'autorità centrale, ma distribuito in tutto il paese, affinché tutti possano vivere davvero dignità e libertà.

Queste proteste non sono state avviate da un unico gruppo. I partiti Baluch, Curdi e altri gruppi di opposizione hanno tutti lanciato appelli alla rivolta e le persone in ogni regione sono scese in strada seguendo i richiami dei propri partiti. Ogni partito ha i suoi sostenitori. Per esempio, tra i Baluch, il "Fronte dei Combattenti Popolari" è molto popolare; nel Kurdistan, i partiti curdi hanno i loro sostenitori; nelle regioni persiane, altri partiti hanno i propri.

Tutto il popolo iraniano, dentro e fuori il paese, con qualsiasi credo o orientamento politico, ha partecipato e continua a partecipare a questa rivoluzione. Questa unità e allineamento sono ammirevoli e devono continuare. Specialmente tra i partiti e i gruppi di opposizione, il dialogo, la cooperazione e la sinergia devono aumentare più che mai affinché questa rivoluzione possa avere successo con il minor costo umano possibile.”


Parole, se non universalmente condivisibili, in ogni caso da accogliere nel seno del giudizio e della nostra più intima e umana sensibilità, per aiutarci a raggiungere attraverso il sentiero della compassione anime e spiriti di coloro che lottano autenticamente, caricandoci delle loro speranze, e infine soffiare un vento propizio a ogni anelito di libertà che ha il coraggio di spirare tra i cuori delle genti.

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