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Che cos’è l’ICE e perché l’omicidio di Minneapolis è un campanello d’allarme per la “democrazia” americana

  • Alessandro Borlizzi
  • 10 gen
  • Tempo di lettura: 17 min

Analisi dei fatti del 7 gennaio



È il 7 gennaio, l’aria mattutina di Minneapolis è un cristallo: fredda, pungente, sopita dal freddo. Un agglomerato vorticoso di macchine si impone su una strada innevata della cittadina. Intorno le case si salutano l’un l’altra, si specchiano nel silenzio del loro tepore. Una contesa di passi si ode roboare tra le crepe gelate dell’asfalto: è la voce di una tensione che crepita e scintilla. A un tratto delle urla: iniziano a squarciare la neve come in un brivido, si sente una donna sbraitare e accompagnare il rombo timido di un’auto. Poi intonano tre spari, frequenze deflagranti di una pistola che si consumano in rapida successione. Un vetro rotto, e infine il suono sordo di uno schianto: Renee Nicole Good, donna e madre di 37 anni, muore, strappata alla vita dalla violenza di un proiettile che le trafigge il capo. “Un omicidio!” avrebbe invocato il mondo. “Morte al criminale!” avrebbero sentenziato i furori più viscerali delle genti. In ogni caso, in un mondo dal sano respiro, al sonito di mille voci si sarebbe elevato il tono di un’aspra condanna.

I fatti del 7 gennaio hanno, invece, frantumato l’opinione pubblica, diluendo il compianto meritato dalla morte della donna in un’accesa polemica di etica e responsabilità. A scindere il giudizio collettivo sulla vicenda è stato un dettaglio che nell’acceso racconto di questa storia è stato volutamente omesso: a sparare i colpi di pistola e a sentenziare la morte di Renee è stato un agente dell’ICE, un corpo di “polizia” federale che nasconde dietro il proprio gelido acronimo un nome evocativo ed eloquente: Immigration and Customs Enforcement . I numerosissimi frammenti dell’opinione che in questi giorni hanno predicato della vicenda orbitano attorno a due enti gravitazionali che attraggono in orbita i pareri, allineandoli ai poli antitetici di una dicotomia, e li infondono di criteri diversi di verità e di giudizio. A fare banchetto di questa polarizzazione non ha tardato la politica, nazionale e internazionale, che ha prontamente strumentalizzato le divergenze per arruolarle come catalizzatori del consenso. I due schieramenti ideologici si sono arroccati dietro due lapidarie conclusioni: “l’uccisione di Renee è stato un atto di legittima difesa, eseguito dall’agente per preservare la propria incolumità” dicono alcuni; “si tratta di un omicidio, di un sopruso violento perpetrato all’insegna del disprezzo” dicono altri. Entrambe le parti scomodano a sostegno della propria idea una serie di argomentazioni volte a declinare in un senso o nell’altro la narrazione dei fatti della vicenda. Ma se, come affermava Spinoza, l’idea vera è solo quella che aderisce, convenendo in modo necessario, alla realtà, allora la dignità di una o dell’altra è un privilegio esclusivo che non può essere detenuto da entrambe. In questo articolo, che solo nell’ultima parte si abbandonerà al sapore avvelenato dell’opinione, si vuole assoldare esattamente il “fatto” come unico e ultimo giudice che imputi tali idee nel tribunale della verità.


Che cos’è l’ICE

Prima di entrare nel merito dell’episodio di violenza è bene eseguire un utile excursus sulla natura di questo atipico corpo di polizia, che negli ultimi mesi sta attirando chiacchiere e interessi da parte dell’opinione pubblica.


L’Homeland Security Act


L’Immigration and Customs Enforcement è un’agenzia federale istituita nel lontano 2002 tramite l’Homeland Security Act, nel seno della lotta strenua condotta dall’amministrazione Bush contro il male, a quel tempo in piena proliferazione, del terrorismo. Nata come Bureau of Border Security, il dipartimento ha mutato identità attraverso una risoluzione dell’anno successivo, la medesima che ha fattivamente reso operativa l’agenzia federale, trasformandola nello U.S.. Immigration and Customs Enforcement. Come si evince dal suo stesso nome, l’ICE condensa nel suo operato le funzioni di gestione dell’immigrazione e di controllo e difesa delle dogane, ereditando le responsabilità che prima del 2002 erano affidate a due entità federali separate: la U.S. Customs Service e la Immigration and Naturalization.

Al giorno d’oggi l’I.C.E consta di due principali sotto-dipartimenti:

• Enforcement and Removal Operations (ERO): incaricato di arrestare, detenere e “rimpatriare” coloro che domiciliano illegalmente all’interno del territorio degli Stati Uniti.

• Homeland Security Investigations (HSI): un’agenzia investigativa a tutto tondo, che ha interessi eterogenei e generalisti, rivolti verso l’eradicazione del traffico di esseri umani, del narcotraffico, di crimini finanziari ecc., operando molto spesso in modo indipendente dalle direttive delle politiche migratorie.


L’incremento dei fondi destinati all’ICE


Di fatto, quindi, l’ICE ha alle spalle una storia più che ventennale, e ha operato districandosi tra le numerose amministrazioni anche di opposte bandiere avvicendatesi in questi anni. Tuttavia, con l’insediamento del Trump bis nel gennaio del 2025, il corpo federale ha ricevuto un incremento notevole del sostegno da parte del governo, sia attraverso lo stanziamento di cifre esorbitanti per il finanziamento delle proprie operazioni, che con la determinazione ufficiale degli obiettivi che l’agenzia dovrà conseguire periodicamente. In particolare, come esplicitato all’interno della Budget Justification FY2026, l’ICE ha promulgato una richiesta complessiva di 11,3 miliardi di dollari per l’anno fiscale 2026, a supporto delle proprie operazioni e delle 21.808 posizioni (21.786 equivalenti a tempo pieno), con l’intento di conseguire l’obiettivo di 1.000.000 di rimozioni all’anno richiesto dal governo federale.




L’amministrazione Donald Trump non ha solo esaudito le richieste avanzate dall’ICE, ma ha persino elargito una promessa alquanto munifica che si impegna a destinare ben 45 miliardi di dollari per aumentare la capacità di detenzione di adulti singoli e per i centri residenziali per famiglie illegalmente immigrati, e 46,55 miliardi di dollari destinati alle infrastrutture di confine, con un impatto significativo anche sulle operazioni dell’ICE, secondo quanto stabilito dalla Public Law 119-21 del luglio 2025.


Le infrazioni commesse dall’ERO

Il crescente supporto che il governo federale degli Stati Uniti riserva a questa “polizia dell’immigrazione” è ovviamente foraggiata dalle politiche anti-migratorie che Trump ha posto a baluardo del proprio intento programmatico e che intercetta i sentimenti di un’ampia porzione dell’elettorato statunitense. Ad accompagnare l’operato dell’ICE si sono però accodate una serie di polemiche insidiose, che seguono i suoi agenti come un’orma quasi indelebile del proprio passaggio. A diventare oggetto della contesa, oramai pubblicamente dibattuta anche oltre i confini statunitensi, sono in particolar modo i metodi poco ortodossi impiegati dall’E.R.O per l’adempimento dei propri compiti.


Utilizzo improprio della forza


Come dimostrano sia le testimonianze che le prove documentarie relative ai metodi di ingaggio, le squadre dell’E.R.O, in particolare gli Special Response Teams,utilizzano metodologia di natura para-militare. Gli agenti dell’I.C.E vengono assoldati successivamente al completamento di un addestramento intensivo di 22 settimane, durante i quali si esercitano in tattiche di incursione e accerchiamento molto spesso aderenti ai protocolli della SWAT e della Delta Force nei contesti di operazioni anti-terrorismo e di lotta al narcotraffico.

L’utilizzo di arieti, flashbang e munizioni a frammentazione risulta infatti sproporzionato con l’entità delle operazioni formalmente dichiarate, legalmente registrate come azioni di natura amministrativa.


Aggiramento del controllo penale


L’ICE utilizza il piano amministrativo come uno scudo legale per operare in una zona grigia dove i controlli costituzionali che limitano la polizia “normale” sono molto più deboli. L’agenzia possiede infatti arbitrio completo e illimitato sulle proprie azioni: a differenza di una normale operazione federale, la cui autorizzazione deve essere rilasciata da un giudice, l’ICE può ingaggiare operativi e condurre operazioni senza convincere nessuno della necessità né tantomeno della legalità del proprio operato. In altri termini, è l’agenzia che autorizza se stessa ad arrestare qualcuno.

Un altro elemento che rende insidiosa e problematica la loro azione riguarda il tentativo da parte dell’ICE di dissimulare la propria presenza e la propria identità, tramite camuffamenti che impediscono ai civili di riconoscere i propri agenti. Molto spesso conducono le loro operazioni in abiti civili, quasi sempre spostandosi su veicoli comuni, non segnalati né tantomeno identificati da segni ed emblemi eloquenti.

Anche il loro iter operativo per estorcere finti mandati di cattura o di sequestro all’interno delle abitazioni, con cui colpire i cittadini divenuti loro vittime, mostra evidenti segni di dissimulazione fraudolenta: si presentano gridando “Polizia!”, mostrano il modulo amministrativo (che graficamente somiglia a un mandato di cattura), alla cui vista spesso la gente, confusa o intimidita, apre la porta. Una volta varcata la soglia con il “consenso” (anche se ottenuto con l’inganno), i limiti del IV Emendamento - l’articolo della costituzione che disciplina i rapporti tra il potere e i cittadini- svaniscono, consentendo all’ICE di operare in una dimensione giuridica meno permeabile ai diritti civili tradizionali e inviolabili.


Arresti collaterali sistematici


L’assenza di un disciplinamento giuridico che possa salvaguardare i diritti dei civili dalle azioni - e sovente anche dai soprusi - dell’ICE, conduce le sue azioni a trasformarsi sempre più frequentemente in operazioni sommarie di arresti collettivi. Secondo un paradigma di massima efficienza, le squadre dell’agenzia, nel caso in cui il loro obiettivo primario sia assente o nel momento in cui assieme ad esso vi siano altri individui, procedono con un identificazione di massa del contesto sociale di appartenenza del principale indiziato, all’interno della quale chiunque non sia in grado di dimostrare la legalità della propria permanenza su suolo americano viene immediatamente arrestato. I mandati di arresto mirati si trasformano in tal modo in veri e propri rastrellamenti a tappeto, con evidenti manifestazioni nei dati dei resoconti operativi annuali, che nel 2025 hanno palesato un incremento del 42% dei cosiddetti collatelar arrests.


Uso intensivo della tecnologia


L’ICE condivide, infine, assieme alla pletora delle altre agenzie federali e governative di intelligence, un uso massiccio e frequente delle nuove tecnologie informatiche per la pianificazione delle operazioni e il controllo sociale degli obiettivi a rischio. Riproponendo il sotterfugio legale succitato, infiltrandosi quindi tra i pertugi più reconditi della giurisdizione, l’ICE riesce a ottenere l’accesso ai database e a reperire informazioni sensibili e dati privati dei cittadini senza il previo consenso di un giudice. Come dimostrano i contratti sottoscritti dall’agenzia con aziende private che erogano servizi di analisi e brokeraggio di dati (Palantir, Lexis-Nexis), l’ICE è in grado di condurre una sorveglianza di massa tramite l’incrocio di numerosi dati, con l’obiettivo di profilare una fetta cospicua della popolazione e attuare su di essa un’operazione di rilevazione predittiva. Come afferma il rapporto American Dragnet elaborato dalla Center on Privacy & Technology della Georgetown Law, in riferimento a un’analisi condotta nel 2022, “l’ICE ha speso ingenti somme in contratti di sorveglianza, con circa 1,3 miliardi di dollari per i fornitori di geolocalizzazione e 186,6 milioni di dollari per Palantir Technologies tra il 2008 e il 2021”, e ancora afferma che “l’ICE acquista e cerca i registri dei clienti delle società di utenze per localizzare le persone, accedendo alle informazioni di oltre 218 milioni di clienti in tutti gli Stati Uniti attraverso broker di dati privati come Thomson Reuters.”

Come vedremo all’interno dell’analisi condotta sui fatti del 7 gennaio, proprio la capacità dell’ICE di localizzare veicoli e persone si è rivelata cruciale nella conduzione dell’operazione incriminata.

Il “libero” statuto giuridico entro cui muovono le azioni dell’I.C.E, congiuntamente alle infrastrutture adibite alle operazioni di intelligence, di controllo sociale e di infiltrazione capillare, palesano come tale agenzia sia espressione di una sotto-struttura intestina del potere, che considera oramai superflua ogni forma di pudore, e non teme le proprie spregiudicate manifestazioni, per quanto le responsabilità vengano eluse attraverso un gioco di inganni e dissimulazioni. Come avremo modo di ribadire successivamente, le caratteristiche, il modus operandi e la stessa caratura identitaria di cui l’agenzia federale intende vestirsi, sembrano allontanare le squadre dell’ICE dall’assumere la forma costituita di una forza di polizia, quanto invece le avvicinano allo sprezzo e al cinismo violento di una milizia para-militare che consegna nelle mani di un potere sempre più ab-solutus, dalle leggi del diritto quanto della morale, il ghigno rabbioso di vere e proprie “squadracce” asservite a una parte ristretta ed elitaria della politica.


I fatti del 7 gennaio

Nella mattina del 7 gennaio, Minneapolis era destinata a diventare teatro di una massiccia operazione anti-immigrazione condotta dagli agenti dell’ICE. Nella località di Portland Avenue South, su una strada cittadina si trovavano Renee Nicol Good con la sua compagna, entrambe a bordo di una Honda Pilot. Nicol Good, attivista civile e fervente osteggiatrice delle politiche dell’agenzia federale, era sopraggiunta nel contesto dell’operazione come “osservatrice legale” e aveva bloccato con il proprio veicolo un tratto della strada residenziale. A questo punto la narrazione passa attraverso i fotogrammi di due video che in poco tempo hanno conquistato gli schermi di tutto il mondo.



Fin dai primissimi frame si possono notare i due veicoli coinvolti nella contesa: il SUV Honda Pilot di Nicol Good - evidenziata in verde -, e il fuoristrada manovrato dagli agenti dell’ICE - evidenziato in rosso - (che, a conferma delle precedenti criticità espressa sui loro tentativi dissimulativi, non presenta alcun segno di riconoscimento).

Il primo agente, colui che sparerà alla donna, di nome Jonathan E. Ross, si vede costeggiare il veicolo di Good, mentre viene ripreso dal telefono di un’altra donna che lo segue segugiamente nei movimenti. Dopodiché fuoriescono dal veicolo dell’I.C.E grigio due altri agenti, vestiti in uniforme militare e con il volto coperto, che approcciano Good e il suo veicolo intimando alla donna di scendere. Al tentativo dell’agente - indicato dalla freccia azzurra - di forzare l’apertura dello sportello, la donna aziona il veicolo e tenta di fuggire, prima marciando brevemente indietro, poi avanzando e sfiorando con il cofano proprio Jonathan Ross, che si era appostato dinanzi all’auto per impedirne la fuga e riprendere lo svolgimento dell’operazione di abbordaggio tramite il proprio smartphone. È questo il momento in cui l’agente dell’ICE arma la propria mano impugnando la pistola, la punta verso il parabrezza dell’auto e spara alla donna. I fatti testimoniati dal video terminano con lo schianto dell’auto di Good, che si infrange contro un altro veicolo parcheggiato sulla strada.

A insidiare la chiarezza dei fatti, che, altrimenti, sembrerebbero apparire più che lineari, è il gesto compiuto da Renee Good nell’atto di fuga. La vicinanza del cofano del suo veicolo al corpo di Jonathan Ross ha infatti evocato agli occhi di molti il segno evidente di un tentativo da parte della donna di investire l’agente federale, attentando alla sua incolumità per poter sfuggire alle ripercussioni della milizia. Il gesto di Ross si muoverebbe, in tal caso, nel contesto di un atto istintivo di legittima difesa, eseguito per neutralizzare la donna che si era, dopo aver palesato le proprie intenzioni violente, rivelata una minaccia.

Tuttavia, sia dall’analisi minuziosa del video precedente, che dalle nuove prospettive offerta dalle prossime testimonianze audiovisive, è possibile constatare due certezze: l’agente Ross ha in realtà esploso i colpi quando oramai il suo corpo era completamente affiancato al veicolo, e quindi una volta sfuggito al pericolo di investimento; Nicole Good, d’altro canto, non ha azionato la propria auto con l’intento di attentare intenzionalmente all’incolumità dell’agente, come dimostra la traiettoria della propria manovra.



L’inclinazione della ruota anteriore sinistra dimostra che la direzione impressa dalla donna al veicolo non avrebbe intercettato il corpo dell’agente. La sua era una manovra intenzionalmente evasiva, volta a sottrassi dal blocco imposto dalle forze di polizia. Jonathan Ross è stato, infatti, solo sfiorato dalla carrozzeria del cofano, e, per quanto egli abbia ingaggiato con la propria arma, estratta quando la donna avrebbe manifestato intenzioni ancora ambigue, i colpi vengono sparati quando egli era oramai tangente alla traiettoria dell’auto e quindi non più esposto al rischio di un potenziale investimento.

Ora, se l’oggettività dei fatti è blindata dalle testimonianze offerte dalle numerose riprese video che i testimoni presenti al momento dell’episodio hanno diffuso, l’interpretazione degli stessi è invece ancora oggetto di un accesso dibattito che vede fronteggiarsi schieramenti polarizzati. Prima di costruire un orizzonte di senso nel seno di cui illuminare le ragioni alla base di questa vicenda - che dovrà inevitabilmente tenere conto anche di fattori ineffabili alla materialità, come i flussi psicologici dei protagonisti, il contesto sociale in cui si svolgono queste operazioni, i precetti di comportamento implicitamente scaturiti dai numerosi precedenti, e tanti altri, purtroppo al di fuori della portata di questa analisi - sarebbe opportuno avanzare un passo nella risposta collettiva che società e politica hanno portato come propria, razionale o meno, reazione alla vicenda del 7 gennaio. Solo in questo modo, infatti, è possibile tracciare un compendio di quali fattori interpretativi siano viziati da un asservimento - deontologicamente necessario ai fini della politica, fallace e inevitabile per i membri delle nostre reti sociali - a una linea ideologica di appartenenza.


Reazione della politica

La propulsione mediatica subita dalla vicenda, catalizzata dalla diffusione dei video tramite X, ha velocemente assoldato le opinioni della politica. La prima importante personalità a esporsi sui fatti è stato il sindaco di Minneapolis Jacob Frey, che nel pomeriggio del 7 gennaio ha rilasciato una conferenza stampa per entrare nel merito della questione.


Il mayor della città ha pesantemente sferzato una lancia contro gli agenti dell’agenzia federale, accusandoli di essersi resi responsabili di “un’incursione non coordinata che ha messo in pericolo la vita di cittadini innocenti”. Ha inoltre espresso cordoglio per la famiglia di Good, definendola una “colonna della nostra comunità”, e mostrandosi emotivamente coinvolto nella vicenda anche quando ha accesamente rigettato la legittimità degli interventi degli ICE e dell’esistenza stessa dell’agenzia federale nel momento in cui, con un linguaggio colorito, ha invitato i suoi membri “ad andare via da Minneapolis”.



Sempre il sindaco Frey, in una seconda dichiarazione rilasciata la sera stessa, ha palesato alcune delle criticità precedentemente esposte circa l’operato della polizia anti-immigrazione. “Non c’è stata alcuna legittima difesa. Quello che mostrano i video è una violenza sconsiderata. Renee stava manovrando per allontanarsi, non per colpire. È stata un’esecuzione” ha affermato il sindaco, smentendo in questo modo la versione ufficialmente riconosciuta dall’ICE, secondo la quale l’agente Jonathan E. Ross avrebbe agito per legittima difesa. Frey ha anche sottolineato anche come la mancanza di comunicazione tra l’agenzia federale e la polizia locale abbia messo a repentaglio la sicurezza di tutta la cittadinanza, infine accusando il governo federale di usare Minneapolis come “un laboratorio per tattiche di terrore”.


Ad unirsi alle forti proteste mosse dal sindaco della città sono stati anche il Governatore dello Stato del Minnesota, Tim Waltz, e il Procuratore di Filadelfia, Larry Krasner, entrambi di estrazione progressista. “Non credete a questa macchina della propaganda” ha affermato Tim Waltz sui propri social newtork, definendo le azioni condotte dall’agenzia federale e foraggiate da Donald Trump come “operazioni pericolose e sensazionalistiche che minacciano la nostra sicurezza pubblica”.


Dalla parta opposta, in ambiente repubblicano e reazionario, invece, si sono sprecate le apologie condotte nei confronti dell’agente Ross e dell’intera agenzia federale. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato sul proprio social network Truth quanto segue:


Evidenti appaiono i tentativi di legittimare la violenza messa in atto sostenendo il tentativo - facilmente smentibile - di investimento da parte della donna uccisa. Di simile opinione, e dall’interpretazione anch’essa fortemente fuorviante dell’accaduto, è la Segreteria alla Sicurezza Interna, Kristi Noem, che ha intessuto una narrazione opposta e contraria dei fatti e propagato un sentimento di odio e tensione.


Quello a cui abbiamo assistito oggi nelle strade di Minneapolis non è stato un incidente, né una semplice protesta fuori controllo. È stato un atto di terrorismo domestico coordinato contro agenti federali che stavano semplicemente svolgendo il compito che il popolo americano ha affidato loro: far rispettare le nostre leggi e mettere in sicurezza i nostri confini.

Per troppo tempo, in città come questa, a radicali estremisti è stato permesso di molestare, perseguitare e minacciare apertamente gli uomini e le donne in divisa che servono il nostro Paese. Oggi, questa escalation di odio e ostruzionismo ha portato a un esito tragico, ma dobbiamo essere assolutamente chiari sulle responsabilità.

Ogni perdita di vita è una tragedia, ma questa perdita di vita era del tutto evitabile. Se Renee Good avesse obbedito agli ordini legali degli agenti dell’ICE, se non avesse usato il suo veicolo come un’arma per tentare di travolgere agenti che stavano eseguendo un arresto legittimo, oggi sarebbe viva. Invece, ha scelto la violenza. Ha scelto di armare una vettura da tre tonnellate contro degli esseri umani.

Il nostro agente ha agito seguendo perfettamente il proprio addestramento. Ha agito per legittima difesa, nel timore ragionevole per la propria incolumità e per quella dei suoi colleghi, mentre veniva circondato da una folla di agitatori organizzati. Non permetteremo che la narrazione venga distorta da video parziali diffusi sui social media o da politici locali che hanno più a cuore la protezione degli immigrati clandestini che la sicurezza dei cittadini americani e degli agenti federali.

Il Sindaco Frey e il Governatore Walz hanno deliberatamente creato questo clima di impunità. Hanno invitato il caos nelle loro strade con le loro cosiddette politiche ‘santuario’ e ora cercano di incolpare il governo federale per le conseguenze dirette del disordine che hanno alimentato. Voglio che sia chiaro a tutti: non ci faremo intimidire. Non ci fermeremo.

Ho già chiesto formalmente al Dipartimento di Giustizia di indagare e perseguire chiunque abbia partecipato a questo attacco coordinato contro i nostri agenti, applicando le leggi federali sul terrorismo. Minneapolis è territorio degli Stati Uniti e la legge federale sarà applicata, con o senza il permesso delle autorità locali. Dio benedica i nostri agenti che sono in prima linea a difendere lo Stato di diritto contro chi vorrebbe vederlo distrutto.”


La destra americana svuota quindi di ogni responsabilità l’agente dell’ICE accusando la vittima di essere una “terrorista domestica” che avrebbe tentato di intralciare l’operato della milizia al punto da premeditare la loro uccisione: un rovesciamento totale dei rapporti di predicazione.


Ma l’uscita più estrema è stata sicuramente quella effettuata dal vicepresidente J.D. Vance, che in occasione della conferenza stampa da lui tenuta alla Casa Bianca ha garantito che “l’agente che ha sparato è protetto da immunità assoluta.”, aggiungendo: “l’idea che Tim Walz e un gruppo di estremisti di Minneapolis possano rendere la vita di quest’uomo un inferno solo perché stava facendo il suo lavoro è assurda”. In effetti, per quanto l’immunità assoluta sia un concetto totalmente alieno alla giurisdizione americana, come confermato da numerosi giuristi, l’FBI sembra aver acquisito il controllo delle indagini escludendo ogni forma di intervento della polizia locale, un indizio che suggerisce che la causa potrà essere velocemente archiviata e risolta impunemente a favore dell’agente.


Cosa ci dice tutto questo


Al di là della reale natura dei fatti che appare inequivocabile alla luce di quanto proposto qui e altrove, l’interpretazione della vicenda deve trascendere la semplice considerazione dell’episodio nella sua singolarità e clinicamente analizzare la stessa in quanto sintomatologia apicale di un contesto globale di violenza e radicalizzazione. Come già detto, per inscrivere tutto questo all’interno di un orizzonte di senso che metta in fuga tendenziosità e pretesti ideologici è importante conservare un importante riserbo anche per tutte le interferenze immateriali che hanno condizionato lo svolgersi dei fatti, facendosi registe di un’insolubile tragedia. Che nella sua oggettività l’atto compiuto da Jonathan E. Ross non possa configurarsi come una forma di legittima difesa, e che, nella medesima sostanzialità, Good sia una vittima innocente, e soprattutto evitabile, sono fatti appurati e incontestabili; ma che anche ogni carnefice sia egli stesso un po’ vittima è altresì una verità che il nostro senso più profondo deve traghettare oltre le barriere degli assolutismi che la percezione comune, meno acuta e lungimirante, oppone al lucore della ragione, circuendo gli oggetti e gli eventi di categorie immiscibili e reciprocamente aliene. A plasmare un peccato non è, infatti, sempre e solo la coscienza, non è il precetto puntuale dell’intenzione: al suo scalpello si aggiungono forze oscure e misteriose. Sono gli istinti, le pulsioni, ma sono anche i decreti, le norme, i timori e le passioni che il fare sociale iscrive all’interno di ognuno di noi con un inchiostro invisibile che però valorizza o avvelena. Sono i contesti, gli ambienti, le privazioni o i privilegi, le occasioni, le costrizioni o le necessità a manovrare l’ago della bussola morale che quasi sempre è tanto poco razionale, quanto in realtà uterina e viscerale. In altre parole, e declinando questa breve dissertazione verso quanto sia oggetto di questo articolo, a mettere mano sull’acciaio freddo del grilletto, in quella mattina del 7 gennaio, e a sentenziare la morte di una giovane donna non è stato solo l’agente dell’ICE Jonathan E. Ross, ma ben 348 milioni di persone che hanno assieme a lui esploso i tre colpi, liberando una violenza tensiva pronta a irrompere, e facendo di Ross il tribuno del proprio collettivo e universale malanno. Non redenzione, non assoluzione, ma pura e disattesa comprensione: di ciò è degno ogni uomo, e di com-patirne le colpe dobbiamo fare autentico e umano comandamento. Non soltanto per adempiere alle misure di una forma, per me straordinaria ma pur sempre opinabile, di moralità evangelico-umanitaria, ma anche per rintracciare le giuste direzioni di indagine e scovare le vere forze colpevoli sottese a questo clima di deturpamento sociale e morale. Le gravose responsabilità dell’agente non sono contenute nell’involucro avvizzito e canceroso di una mela marcia, non sono partorite unicamente nel seno dell’eccesso e dell’istinto caino, ma sono al contrario originate da una sistematizzazione della violenza, che viene istituzionalizzata come strumento di potere e di controllo. La violenza infatti capillarizza nella società americana, ne permea ormai ogni ambiente, insinuandosi in ognuno di quei pertugi sociali dove le altre categorie e le decorose costruzioni umane non sono in grado di stabilire un proprio favo. Ross ha violato i protocolli, ha ottemperato a una scelta letale, ha agito come giudice ed esecutore istantaneo trasformando un fermo amministrativo in una sentenza di morte senza processo, punendo l’azione della vittima più per l’oltraggio evasivo che per la promessa di una violenza lesiva. Ma egli ha agito assecondando le direttive di un mandato politico, chiaro, cinico e lapidario: rastrellare e deportare. Ross ha premuto il grilletto, ha fornito carne al sentimento, ma a direzionare la mira di quell’arma è stata la compagine politica che riveste di meriti e quattrini una catena di montaggio dell’espulsione e della violenza; che offre copertura ideologica, giuridica e amministrativa a una milizia politica che agisce senza pesi e contrappesi; che scardina le impalcature democratiche di uno Stato per sostituire alle libertà e alle garanzie civili l’arroganza e lo sprezzo di un’azione muscolare, ottusa, incontrastata e dilagante, i dividendi della cui funesta azione vengono pagati dai sudditi quasi inermi del potere. Ecco finalmente giunti alla risposta. Che cos’è l’ICE? Una ridestata forma di milizia politica, di cui noi italiani dovremmo avere l’atavico ricordo di quando essa era al servizio di un dispotico aguzzino.

Fonti e documentazione:


  • FY 2026 budget justification

  • Public Law 119-21 (Act for reconciliation)

  • Report “American Dragnet” (Georgetown Law, 2024/25)

  • Contratti USAspending.gov

  • DHS Privacy Impact Assessment (PIA) for FALCON

  • ICE Fiscal Year 2024/2025 Annual Reports

  • DHS Policy Statement 044-05

  • ERO Fugitive Operations Handbook, sezione: “Operations in Jurisdictions with Limited Cooperation”

  • Attorney General Memorandum (May 20, 2022):

  • FLETC Curriculum (Federal Law Enforcement Training Center)

  • DHS Annual Reports (FY 2024-2025):

  • ICE Directive No. 19009.3 “Firearms and Use of Force” (Maggio 2023)

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